Ero sposata, abitavamo in un monolocale, ma sognavamo la casa in campagna per poter tenere il cane e gatti.
E si stava stava realizzando: avevamo preso una casa abbandonata , in mezzo ai campi: ci sarebbero voluti mesi per ristrutturarla, ma poi sarebbe stata come la volevamo.
Lui seguiva i lavori e un giorno andando a vedere una caldaia, in un cortile c'è una cesta , bagnata, alle intemperie, con vicino un po' di pane bagnato, e dentro.....un micetto, piccolo piccolo.
Gli dicono che la madre li ha abbandonati ( sara' poi vero?) .
Lui ha preso quest' esserino e lo ha messo nella tasca della felpa (era il 30 ottobre)
Per ore è rimasto li', tanto era piccino.
Mi telefona: ho una sorpresa!Ho un micetto, di pochi gg o settimane.
Io agitatissima. Non avevo mai avuto animali, non sapevo come comportarmi.
Arrivano a casa: lui con il micetto sempre in tasca , la cuccia, un po' di latte in polvere.
Aveva il pancino gonfio, forse vermi, gli do un po' di latte con la siringa, sono preoccupata.....
L'indomani arriva il veterinario: sembra che abbia solo bisogno di rimettersi un po', ma dopo pochi gg sta male, non mangia.
Mi viene consigliato un altro veterinario che diagnostica gastroenterite .
Inoltre aveva una grave forma di dermatite che piano piano aveva fatto cadere quasi tutto il pelo
Per tanto tempo gli abbiamo fatto punture e flebo, su un esserino cosi' piccino.
Il veterinario sempre disponibile, si era affezionato a questo piccino.
Ma è stato forte e forte è diventata.
Si , sono passata dal maschile al femminile, volontariamente. Perchè credevamo fosse un maschietto, e visto quanto combatteva lo avevamo chiamato LEO, ma poi si scopre essere una bella femmina e cosi diventa CLEO . Fra l'altro nello steso periodo era nato una cucciola di delfino all'acquario di Genova, chiamata pure Cleo.
CLEO cresce, sta bene, e finalmente ci trasferiamo nella nuova casa in campagna.
Credevo che sarebbe stata meglio che chiusa in un miniappartamento.
Al mattino usciva in giardino, quando rientravo dal lavoro, lei entrava con me.
Guardate nella foto com'era diventata bella. Un po' scontrosa, poco coccolona, con un carattere deciso. Ma averla a dormire in fondo al letto era una gioia.
Una sera arrivo, un po' piu' tardi del solito per impegni. siamo a meta' settembre , non ha ancora un anno.
La chiamo, non arriva. Mi agito. Mi dicono: vedrai , arriva, si sara' allontanata.
Ma come, se non si allontana mai ?!
Giro tutta sera. Viene notte. Al mattino ancora non c'è.
Non vado al lavoro, sto male pure io: fuori la sera a cercarla mi ero raffreddata.
Riprendo i giri. Niente.
Per giorni, settimane, mesi a cercarla, a sussultare a ogni miagolio, a ogni segnalazione, volantini ovunque, avvisi televisivi e sul giornale. Non mi potevo rassegnare, dovevo sapere dov'era, non poteva essere sparita.
Un anno dopo, il mio vicino confida a mio marito che aveva visto: aveva visto un cane ucciderla , ma di non dirlo a me, che chissa' come avrei reagito!!
Come avrei reagito? Avrei preso il bastardo del padrone del cane, perchè la colpa era sua che teneva il cane alla catena, affamato e quando lo liberava questi era ovviamente aggressivo. Era stato infatti un mio sospetto, ma tutti avevano negato.
Pero' nonostante mi fosse stata raccontata la sua fine, in parte ho continuato a sperare,a sussultare ad ogni miagolio, ad ogni micia che le assomigliasse......ancora adesso
Ciao CLEO

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BENCHE' QUESTO SEMBRI INCREDIBILE, OGNI ANNO, QUESTO MASSACRO BRUTALE E SANGUINARIO SI RIPRODUCE NELLE ISOLE FEROE, CHE APPARTENGONO ALLA DANIMARCA. LA DANIMARCA , UN PAESE SUPPOSTO 'CIVILIZZATO', MEMBRO DELL'UNIONE EUROPEA. TROPPE POCHE PERSONE AL MONDO CONOSCONO QUESTO AVVENIMENTO ORRIBILE E DEPROVEVOLE CHE SI RIPETE OGNI ANNO. QUESTO MASSACRO SANGUINARIO E' IL FRUTTO DI GIOVANI UOMINI CHE VI PARTECIPANO PER DIMOSTRARE DI AVER RAGGIUTNO L'ETA' ADULTA (!!). E' ASSOLUTAMENTE INCREDIBILE CHE NON SIA FATTO NIENTE AFFINCHE ' QUESTA BARBARIE CESSI. UNA BARBARIE CONTRO I DELFINI CALDERONES, UN DELFINO SUPER INTELLIGENTE E SOCIEVOLE CHE SI AVVICINA ALLA GENTE PER CURIOSITA'. VERGOGNA ALLA DANIMARCA !!! Fate sapere a tutti che in Danimarca massacrano ogni anno i delfini extra-intelligenti e socievoli per una festa così come fosse un carnevale.




Ultimo aggiornamento (Martedì 04 Agosto 2009 16:45)
Mattina di quasi quattro anni fa. Piove a dirotto ma questo non ferma certo Duke, il nostro pastore tedesco che sotto la pioggia o la neve si diverte anche di più. E così Massimo, mio marito, armato di ombrello e di santa pazienza parte per la passeggiata quotidiana in campagna. Durante il suo giro attraversa una statale dove vede un mucchietto di pelo grigio per terra. Si avvicina e due occhioni terrorizzati si alzano come ad implorarlo… “E’ vivo!!!” Dopo aver legato Duke a distanza di sicurezza (conoscendo la sua “cordialità” con gli altri cani!) si avvicina e scopre che l’esserino intanto è un’esserinA, non ha ferite evidenti, non c’è sangue ma non cammina o meglio trascina a malapena le zampe posteriori. E’ terrorizzata, scheletrica, bagnata fradicia, sporca… Non cammina ma non è piccola e quindi poco “maneggevole”. Manca più di un chilometro per arrivare a casa, piove e c’è Duke. Vabbe’, che fare? Duke al guinzaglio (che dà di matto perché non capisce la presenza di questa) e lei in braccio, l’ombrello lasciamo perdere… E’ così che è arrivata a casa la nostra Pioggia. Quando sono tornata dal lavoro, Massimo l’aveva asciugata, aveva mangiato e bevuto a quattro palmenti e poi vomitato (probabilmente il suo stomaco non era più abituato a ricevere cibo). Portata immediatamente dal veterinario non aveva nulla di rotto, era solo in preda al terrore. Era denutrita e disidratata, questo si. Piena di zecche ovunque, anche negli occhi. Età apparente sui cinque anni. I primi giorni non camminava e questo ci preoccupava molto. Poi, poco per volta ha iniziato a farlo. All’inizio aveva sempre le orecchie dritte al minimo rumore, specialmente quando sentiva il motore di un furgone, ascoltava e guardava attentamente in quella direzione. Credo sperasse di ritrovare il suo padrone… Nel caso si fosse smarrita abbiamo pensato di farle una foto e di stampare dei volantini che abbiamo poi affisso in giro per il paese e in quelli vicini. L’abbiamo anche pubblicato su un giornale locale ma nessuno ci ha risposto. A questo punto che fare? Tenere in casa due cani di grossa taglia è un grande impegno anche da un punto di vista economico… Del canile naturalmente neanche a parlarne. Abbiamo contattato una mia amica della Lida che nel giro di due mesi ha trovato una famiglia disposta a prenderla. Sono venuti a vederla a casa mia e ci siamo accordati per la data in cui l’avrebbero portata da loro. Quei giorni sono stati terribili. Per questo alla fine, abbiamo disdetto l’appuntamento con la famiglia (che poi ha adottato un altro cane) e Pioggia è rimasta con noi. All’inizio era terrorizzata da qualsiasi cosa, dal tono della voce appena un po’ più alto, dai bastoni (guai a usare una scopa!) ma anche dalle mani. Appena ci avvicinavamo per accarezzarla si buttava a terra in segno di sottomissione e iniziava a guaire… Chissà quante botte ha preso, piccina… Quello che le sia successo veramente non lo sapremo mai. L’unica cosa certa è che è stato necessario molto tempo e molto lavoro per cercare di renderla serena, senza quel costante terrore nel cuore e negli occhi. Duke è stato bravissimo. Nonostante il suo carattere da orso, a parte qualche episodio iniziale in cui ha ritenuto opportuno farle capire chi era che comandava (i primi tempi non li abbiamo mai lasciati soli) l’ha accettata di buon grado e ora sono inseparabili. E’ dolcissima. Adora le coccole. La sera sul tappeto, con lei e Duke, dividiamo biscotti e carezze e sono momenti in cui penso che sia questa la Felicità. Di indole timida e paurosa si trasforma quando va in giro con suo fratello che imita in ogni atteggiamento. Lei e Duke sono quanto di più bello potessimo avere.  
Ultimo aggiornamento (Giovedì 16 Luglio 2009 09:18)
6 luglio 2009. So quando se ne è andata, ma non so quando è nata, anche se me la ricordo da piccolina. Lei era nata nel giardino del mio vicino, assieme al suo fratellino, figli della gatta del portiere. L’avevo vista qualche volta zampettare dietro la recinzione. Poi le cose della vita sono successe: il portiere è morto, la gatta se ne è andata, e lei è rimasta col fratellino a casa del vicino, che si professava amante degli animali. Così tanto amante, da non curare la sua congiuntivite, da tenere un altro gatto al guinzaglio legato a un albero per non farlo scappare. E poi ancora le cose della vita. Il mio vicino è stato sfrattato, anche se andava dicendo a tutti che doveva partire per lavoro. Andando via mi lasciò tre scatolette, se per piacere potevo dar da mangiare ai gatti. Naturalmente nel mio giardino, Io di gatti ne avevo già quattro, e arrivare di colpo a sette commensali fissi non mi faceva tanto piacere. Poi dopo qualche giorno il vicino tornò, ruppe i sigilli dell’appartamento e tutto ricominciò come prima, tranne il gatto al guinzaglio , che una volta slegato si guardò bene dal riapparire. E ancora una volta le cose della vita. Il vicino morì pochissimo tempo dopo per un infarto, i parenti svuotarono la casa, il legittimo proprietario cambiò la serratura, e dei gatti non si interessò nessuno. Era il periodo del calore, e i gatti non li vidi più. Riapparve solo lei, un mesetto circa dopo. Magrissima, gli occhi completamente tappati e incrostati di muco, naso colante, orecchie nere di acari, diarrea e un fiato da uccidere un plotone. Incinta. Era ritornata nell’unico posto in cui probabilmente aveva mangiato qualche volta, visto che a giudicare dal suo aspetto e dai suoi occhi, escludo che possa aver acchiappato anche solo una lucertola. Era incinta, cosa dovevo fare? La portai dal veterinario, la curai. La chiamavamo Ciechina. E lei si faceva manipolare, disinfettare, bucherellare, lavare le orecchie, prendeva pasticche, senza fare un fiato. E subito dopo le torture quotidiane, invece di scappare, rimaneva lì a strofinarsi sulle gambe. Viveva fuori in giardino, non voleva essere presa in braccio e non sapeva fare le fusa, ma sorrideva. Quella gatta sorrideva sempre. Poi un giorno gli occhi finalmente si aprirono, erano verdi e belli, anche se sempre un po’ velati dalla terza palpebra. Continuammo a chiamarla Ciechina, anche se era ormai chiaro che ci vedeva. Partorì il 28 maggio su una sedia, due topini striminziti e neri, ma in ottima salute. E una terza, che trovai casualmente da un’altra parte sotto una grondaia, proprio dove probabilmente aveva provato a saltare per tornare nel giardino dove era nata. Alla piccolina dovetti tagliare io il cordone ombelicale, ma appena la misi accanto a lei, la leccò e la allattò subito. Non voglio dilungarmi a raccontare il periodo stupendo in cui ebbi tre gattini dentro casa, con mamma e quattro baby sitter pelose che gli stavano addosso tutte e cinque a controllarli. Trovai casa a tutti e tre, e poi venne il momento di cercarla anche a lei. La sterilizzai, chiesi in giro, misi annunci, ma nessuno si presentò in piena estate per una gatta col nasone, le orecchie da pipistrello e quattro piedoni taglia quaranta, con annessa congiuntivite recidivante. Così decisi di portarla in una colonia felina. Mi preparai, misi la gabbietta davanti alla porta e la chiamai. E lei venne, allegra, col suo sorriso stampato in faccia e un fumetto che diceva “Eccomi mamma, eccomi, cosa facciamo?”. E mi cedette il cuore. Come si può portare in una colonia una gatta che si fida così tanto di te? Dove mangiano quattro, mangiano cinque, mi dissi, e Cecov rimase. Ebbene sì, Cecov fu il suo nome. Ciechina non andava più bene, provai con Tiffany ma non le piaceva, e fra tutte le varianti di Ciechina, l’unico che fu di suo gradimento fu Cecov. Nome importante e da maschio, ma se a lei andava bene così, andava bene anche per me. Non posso ora raccontare quattordici anni con Cecov. Troppo lunghi. Ma posso raccontare di come imparò a stare in braccio, all’inizio rigida come un baccalà, e poi sempre più sciolta, anche se non è che le piacesse troppo, non quanto spaparanzarsi sulla pancia di chi stava sul divano e zampinare selvaggiamente con le sue unghie lunghissime. O dell’emozione che provai quando per la prima volta fece le fusa. Delle sue passeggiatine nel cortile condominiale, dove era adorata da tutti; dell’allegria con cui si alzava la mattina e andava a dormire la sera, del suo posto sul letto che difendeva tenacemente, delle provocazioni al cane del vicino che osservava da dietro la recinzione facendolo impazzire di rabbia. Della sua benevolenza verso tutti i gatti condominiali che si sono avvicendati nella mia cucina per rapide mangiatine abusive. Della sua adorazione per il monitor del pc, ma solo quando qualcuno ci si sedeva davanti. Della sua passione per il cesto della biancheria da lavare, dei dispetti che faceva alle altre andando a slinguazzare nelle loro ciotole sapendo che non avrebbero mangiato più. Della curiosità allegra e positiva che aveva nei confronti degli esseri umani, della paura matta del veterinario e della macchina, delle passeggiatine sul tetto della veranda dal quale non sapeva più scendere, o per lo meno a lei piaceva tanto che ci credessimo, così ero costretta a prendere la scala per salvarla, e poi proprio mentre tentavo di acchiapparla lei veniva giù saltando sul muretto e poi a terra, guardandomi come se la deficiente fossi io. Ma non voglio raccontare della rapidità con cui se ne andò, non più di dieci giorni dalla prima visita dal veterinario, un carcinoma fulminante alla laringe. Per lei, non ero preparata. Aspettavo che la prossima fosse una delle altre tre, tutte sopra ai 17 anni, non lei che ne aveva “solo” 15, che chiamavamo ancora “gattino Cecov”. Oggi, 10 luglio, sono quattro giorni che lei è da qualche parte, forse sul ponte, forse ancora qui invisibile a noi. E la sua assenza si sente come il silenzio della campagna per chi è abituato a vivere in città. Non c’è più nessuno sul divano, a distruggerci la pancia di unghiate. Non c’è più il suo nasone che spunta da dietro una porta per curiosare, e neanche la sua coda perennemente dritta, impossibile da tirar giù, neanche a forza. Lo so che è stata felice, e anche molto. So che ha fatto la vita più bella che un gatto possa desiderare. So di non aver nulla da rimproverarmi nei suoi confronti. E so anche che ho ancora con me tre vecchione a cui voglio un bene dell’anima. Eppure quei quattordici anni che abbiamo vissuto insieme mi sembrano durati un soffio, e un piccolo tarlo dentro di me, un tarlo assolutamente normale e inevitabile, mi continua a dire che avrei potuto coccolarla di più, carezzarla di più, tutte le volte che si avvicinava a strusciare le guance pretendendo vicinanza assoluta. Ma temo che sia normale. Quando la morte ci porta via qualcuno che abbiamo amato, rimane sempre la sensazione di aver perso qualche momento magico. 6 luglio 2009, un’altra data che non potrò, e non vorrò, mai dimenticare. E in mancanza di una data di nascita, il ricordo di una gattina che razzolava nell’erba al di là della recinzione, e che allora non avrei mai immaginato di poter amare tanto. 
Ultimo aggiornamento (Lunedì 13 Luglio 2009 23:02)
Trotti arrivò a casa mia il giorno in cui compivo diciotto anni. Me la portò il mio ragazzo in uno scatolone, l’aveva salvata mentre affogava in una pozzanghera. Era un soldino di cacio di non più di un mese, bianca e grigia, col pelo dritto come un piumino, il nasino rosa e gli occhi blu. Blu come tutti quelli dei gattini neonati, solo che a lei rimasero di quel colore. Appena tirata su dallo scatolone, cominciò a fare delle fusa sproporzionate al suo corpicino, tanto che un’amica presente disse “Ma sembra un trotter”. E così la chiamammo Trotter. Salvo scoprire poco dopo che era una signorina, per cui il nome fu ingentilito in Trotti. Trotti fu allevata e cresciuta dalla vecchia siamese di casa che le insegnò tutto quello che un gatto non deve fare, compresa la passeggiatina sulla ringhiera del terrazzo che regolarmente mi preannunciava l’infarto. Quello che invece imparò da sola, e non da quella bisbetica della vecchia siamese, fu l’arte di ingraziarsi a suon di fusa e strisciatine il mondo intero. Era una gatta nel vero senso della parola. Trotti venne con me a Firenze quando mi sposai, e lì visse il più bel periodo della sua vita. Avevamo una casa con le finestre sui tetti, un albero di fronte e nessuna possibilità di finire su una strada trafficata, libertà di uscite notturne e di divani diurni sui quali poltrire e invitare gli amici. Avevamo diversi gatti ospiti, qualcuno apprezzava così tanto la cucina di casa che diventava difficile metterlo alla porta e rimandarlo a casa sua. A Firenze d’inverno faceva freddo e casa nostra non era un gran che riscaldata. Misuravamo la temperatura dal naso di Trotti: bianco se era freddo, rosa acceso se la temperatura si alzava. La notte, si infilava nel letto fra me e mio marito, e noi guardavamo il suo naso aumentare di colorazione fino alla temperatura ideale. Per lei e per noi. Trotti ebbe due gravidanze a Firenze. La prima non andò a buon fine, non trovammo neanche i piccoli se non una gran chiazza di sangue. La seconda gravidanza le stetti addosso come una nonna ansiosa, non volevo che finisse come la prima: e assieme a me, le stava addosso anche il futuro padre, un enorme gattone tigrato a pelo lungo con un capoccione colossale, che chiamavamo Vercingetorige. Grosso e farlocco, strapazzato dai capricci della gestante e costretto a mangiare solo quando lei aveva finito, ma sempre devoto e adorante. Peccato che quando i tre gattini nacquero, ci accorgemmo che, oltre che farlocco, Vercinge era anche becco, come si dice in fiorentino: i gattini, uno era bianco e nero e due siamesi, perfetti. E così ci ricordammo del maestoso ed altero siamese che qualche tempo prima era venuto in visita dalla grondaia. Solo Vercinge non se ne rese mai conto, ed adempì alla sua funzione paterna con dedizione, pazienza, e lo stesso livello di farloccaggine che aveva nei confronti della sua fedifraga compagna. Vivere due mesi con i tre piccolini fu stupendo. Quando se ne andarono, ognuno adottato da una famiglia diversa, di loro mi rimasero le impronte delle zampine sul pavimento di cotto toscano, lasciate il giorno che impararono quanto è bello mangiare il pesce direttamente entrando nel piatto, Immagino che quella fila di zampine sia ancora lì, a distanza di più di trent’anni. Quando tornammo a Roma, Trotti si dovette limitare a un davanzale, dal quale elemosinava pezzetti di sogliola alla vicina, che regolarmente glie li allungava. Ero in attesa del mio primo bambino, e Trotti trovò molto divertente usare come cuccia la carrozzina che avevamo preparato in anticipo. So che questo farà inorridire molte mamme in attesa, ma Trotti era la mia prima bambina, e se si godeva un po’ la carrozzina prima che arrivasse il suo legittimo proprietario, che male c’era? Anche se devo ammettere che quando il legittimo proprietario arrivò e lei fu sfrattata, la prese come un delitto di lesa maestà e non mi rivolse la parola per giorni. Trotti morì a sette anni cadendo dal quinto piano. Era estate, e l’avevo lasciata a casa dei miei genitori, con la vecchia siamese bisbetica, come ogni estate. Da brava gatta smorfiosa, era riuscita ad entrare nelle grazie della vicina che le dava da mangiare, ed era diventata un botolo. Per andare dalla vicina, doveva saltare il divisorio che divideva il nostro terrazzo dal suo. Fu trovata dal portiere sul selciato, proprio lì sotto. Forse era diventata troppo grassa per farcela. La casa senza di lei divenne vuota nonostante la presenza di un bambino di pochi mesi, e dopo di lei non volli più animali. Dovettero passare sei anni prima che nella mia vita entrasse casualmente Briciola, ma questa è un’altra storia. Mio figlio non si ricorda di lei, è normale. Ma io ho sempre detto che non avrei mai più avuto una gatta come lei, e lo confermo ancora oggi, dopo trent’anni, un cane e cinque altri gatti. Trotti era la gattità assoluta, l’essenza della felinità, l’indipendenza e l’affettuosità fuse insieme. Le dicevo sempre scherzando che quando sarebbe morta, mi sarei fatta una collana con i suoi occhi azzurri e il suo naso rosa, e ora li vedo ancora, splendenti come sono sempre stati, una collana ideale che porto ancora con me. Di tanti gatti di cui è stata costellata la mia vita, Trotti rimane quella più importante. Non me ne vogliano le mie quattro vecchione di ora, le amo tutte allo stesso modo, ma non è un caso che Trotti qualche volta mi ritorni ancora a trovare in sogno. So che mi aspetta. Con Briciola, con Charme, Mimmi, Mitzi, Lince…ma lei e Briciola sono in prima fila, il comitato di benvenuto sul Ponte, in attesa.
Ultimo aggiornamento (Mercoledì 10 Giugno 2009 14:30)
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